Un referendum è uno strumento di democrazia diretta, incentrato sulla formazione delle leggi. Si distingue dalle forme di democrazia indiretta, dove i cittadini non partecipano direttamente alla gestione della cosa pubblica, ma eleggono propri rappresentanti che lo fanno per loro. Il referendum è quindi considerato una forma straordinaria di partecipazione popolare, all’interno di democrazie dirette come la nostra.

In Italia conosciamo due forme di referendum, i referendum abrogativi e i referendum confermativi.

Il referendum costituzionale è proprio una forma di referendum confermativo, in cui i cittadini sono chiamati ad esprimersi su una proposta di legge, già approvata dal Parlamento e che viene sottoposta ad una successiva approvazione popolare; si tratta di leggi di particolare importanza, proprio come le leggi costituzionali che vengono approvate con una doppia approvazione da parte del Parlamento: se non viene raggiunta la maggioranza dei 2/3 la proposta viene messa a referendum, proprio come avvenuto per la Renzi-Boschi, la proposta di riforma costituzionale che abbiamo votato il 4 dicembre scorso.

I referendum abrogativi hanno invece ad oggetto la legge ordinaria, cioè la legge approvata dal Parlamento. Si definiscono abrogativi perché abrogano, cioè cancellano la legge oggetto del referendum, possono essere richiesti da 500 mila elettori o da 5 consigli regionali, e la proposta viene presa in considerazione dalla Corte Costituzionale, che giudicherà sulla sua legittimità.

Caratteristica essenziale è il doppio quorum; non basta infatti che la metà più uno voti SÌ perché la norma sia abrogata, ma è necessario anche che la metà più uno degli aventi diritto al voto si rechi alle urne: caratteristica fondamentale è il dato dell’astensionismo su cui i sostenitori del NO giocano le campagne referendarie.

Non tutte le leggi possono essere oggetto di referendum.

I nostri Padri Costituenti hanno ben pensato di evitare che certe materie possano essere sottoposte al voto popolare, a volte un voto di pancia, a volte no, facilmente influenzabile e non sempre nel merito. Così nell’articolo 75 della Costituzione è esplicitamente stabilito che “non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

In pratica, finanze e politica internazionale non sono oggetto del voto popolare e se ne capisce bene il motivo, la ratio, per dirla in giuridichese: sarebbe impensabile che un voto popolare possa cancellare la legge di bilancio, o la partecipazione dell’Italia alla NATO, e così si è pensato bene di vietarlo. Si è fatto ricorso parecchie volte allo strumento referendario, la prima volta con il divorzio fino al referendum sulle trivelle di meno di un anno fa.

Il prossimo referendum sarà sul jobs act: la Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibili i quesiti su voucher e appalti, il governo ha un unico strumento per evitare il referendum su una delle riforme simbolo del Governo Renzi, modificare la legge, rendendo inutile il quesito.

Di Demetrio Scopelliti

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