Con il termine immigrazione si vuole generalmente indicare in generale, l’ingresso e l’insediamento, in un paese o in una regione, di persone provenienti da altri paesi o regioni¹.

Non si può però parlare di un fenomeno unitario, esso è caratterizzato da una diversità di situazioni, possiamo distinguere: immigrati interni, immigrati per lavoro, profughi, ricongiungimenti familiari e immigrati clandestini. Va però sottolineato che, a parte per le migrazioni interne, le categorie non sono ben definite  ma spesso si sovrappongono conducendo ad una ancor maggior complessità del fenomeno.

Vogliamo ora interrogarci sul volume di questo fenomeno: è davvero così imponente e pericoloso? I dati lo negano con forza. Per quanto riguarda gli immigrati regolari il 13,9% sulla popolazione totale della Spagna è la percentuale massima che si raggiunge in Europa, i profughi invece non superano mai la soglia dell’1% degli abitanti se non a Malta², a causa dell’esigua popolazione, e in Svezia, meta ambita da molti per le sue politiche di inserimento. Nessuno degli stati europei si trova nella top ten mondiale per presenza di profughi nemmeno in valore assoluto (per numero), gli stati con il più alto numero di profughi sono infatti paesi in via di sviluppo o geograficamente prossimi alle zone di emigrazione (Turchia, Pakistan e Libano i primi tre). L’idea di un’invasione in Europa si infrange contro il realismo dei dati: la fortezza Europa è ancora ben lontana dall’essere “invasa”.

Il caso italiano

Tutto ha inizio nel 1973, quando Germania, Belgio, Francia e Svizzera a seguito della crisi petrolifera chiusero le frontiere per motivi di lavoro, privilegiando altri canali di ingresso con diverso nome ma stessa funzione. I flussi migratori si spostarono quindi maggiormente verso i paesi mediterranei (Italia, Spagna, Grecia…) in precedenza poco coinvolti da questi, dove si affermò principalmente l’immigrazione femminile come supporto per anziani e malati (servizi di cura, badanti). Negli anni 90′ poi il saldo migratorio italiano (immigrati-emigrati) crebbe fino a diventare l’unico responsabile della crescita della popolazione.

In seguito a questo fenomeno l’Italia non adotta una precisa legislazione riguardo alle immigrazioni (o meglio, vengono varate spesso nuove e contrastanti leggi che però non producono un quadro preciso) ma si basa su sanatorie (6 negli ultimi 25 anni), cioè processi in cui gli immigrati irregolari vengono regolarizzati. Ciò causa un’incertezza a dovuta della mancanza di una norma organica, ma le sanatorie sono in parte giustificate dal fatto che il saldo economico dell’immigrazione regolare è positivo, cioè il gettito fiscale (entrate per lo stato) ottenuto dagli immigrati è maggiore del costo, a differenza dei lavoratori irregolari che non comportano un vantaggio economico lavorando nella cosiddetta economia sommersa. Oggi gli stranieri in Italia sono circa 5 milioni (8% della popolazione italiana) e contribuiscono alla produzione dell’8,8% della ricchezza italiana ( PIL italiano). Dal punto di vista puramente economico gli immigrati devono essere considerati come una risorsa.

La sfida quindi si sposta sul piano culturale: è possibile che culture molto diverse tra loro possano vivere in pace e prosperità ?

Ognuno tragga le sue conclusioni.

Con la collaborazione di Tommaso Lanzani

Note:
1.Secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani
2.Dati sull’Italia da ISTAT, dati su altre nazioni da rapporto delle Nazioni Unite «World Population Policies»

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