Flessibilità è un termine che è stato molto utilizzato dai mass media negli ultimi anni, in diversi ambiti, soprattutto riguardanti l’economia.

Ma che cosa significa Flessibilità  in ambito economico?

Tutto ha inizio negli anni ’70, quando, dopo le crisi petrolifere, le imprese si trovano ad affrontare costi di produzione più alti, che determinano prezzi più instabili.

L’economia mondiale si trova in una fase in cui la crescita del PIL è ferma e i prezzi sono in forte aumento (alti tassi di inflazione). Il quadro è complicato ancora di più dalla crescita dei mercati finanziari e dall’aumento della speculazione, che crea ulteriore instabilità.

In questo contesto di incertezza la risposta delle imprese è la flessibilità.

La produzione diventa flessibile («lean production»), con il nuovo modello giapponese del just in time, che sostituisce la tradizionale fabbrica con la catena di montaggio taylorista-fordista, e migliora anche l’attenzione alla qualità del prodotto.

Nel nuovo modello la produzione deve adeguarsi alla domanda, deve cioè essere flessibile, per evitare che alcuni prodotti rimangano invenduti e si verifichino perdite o crisi di sovvrapproduzione.

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la crisi,  le imprese sono state costrette ad applicare la flessibilità non solo sulla produzione ma anche sulla forza-lavoro.

In Europa, dal 2007, secondo i report dell’EWCS (Indagini europee sulle condizioni di lavoro), sono in crescita i contratti di lavoro temporanei e part-time, frutto della maggiore flessibilità delle imprese.

La flessibilità è una cosa positiva?

È difficile dare un giudizio finale alla flessibilità, perchè bisogna considerare diversi aspetti.

Da un lato la flessibilità ha permesso alle imprese di migliorare moltissimo le proprie performance, ha garantito la nascita di nuovi settori, e il lancio di tantissimi prodotti innovativi sul mercato.

Dall’altro però è stata causa di una maggiore instabilità del posto di lavoro,  grave problema che si è diffuso con la crisi soprattutto nei paesi mediterranei, tra cui l’Italia.

Di Andrea Bergonzi

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